Le tasse statunitensi per il residente italiano
Il fisco statunitense ha una logica sua, e non è quella europea. Non guarda soltanto a dove si vive: guarda allo status. Chi acquista lo status di residente ai fini fiscali — con la green card oppure con il conteggio dei giorni — è tassato sul reddito mondiale, e resta tassato finché non lo perde formalmente. Le sorprese più costose per un italiano non riguardano però le aliquote: riguardano gli obblighi dichiarativi sui beni lasciati in Italia, e il trattamento punitivo dei fondi comuni europei.
1. Chi è residente fiscale statunitense
Non esiste una scelta: si è residenti se ricorre uno dei due criteri.
- Green card test. Chi è titolare della residenza permanente è residente fiscale per tutta la durata dello status, ovunque viva. Il titolare di green card che torna a vivere in Italia continua a essere tassato sul reddito mondiale dagli Stati Uniti finché non rinuncia formalmente al titolo.
- Substantial presence test. Si è residenti se si sono trascorsi almeno 31 giorni nell'anno in corso e almeno 183 giorni nel triennio, contando per intero i giorni dell'anno in corso, un terzo di quelli dell'anno precedente e un sesto di quelli di due anni prima. È il conteggio che sorprende chi fa avanti e indietro per lavoro: tre soggiorni lunghi in tre anni possono bastare.
Chi non soddisfa nessuno dei due è nonresident alien e paga solo sul reddito di fonte statunitense, con regole e moduli diversi. L'anno dell'arrivo e quello della partenza sono in genere anni a status misto, con una parte da non residente e una da residente: è il periodo d'imposta in cui si commettono più errori, e anche quello in cui una pianificazione fatta prima di partire produce i risultati maggiori.
Chi supera il test dei giorni ma mantiene un collegamento più stretto con un altro Paese può, a certe condizioni e non essendo titolare né richiedente della green card, invocare la closer connection exception con un modulo dedicato; in alternativa, quando entrambi gli Stati considerano la persona residente, si applicano le regole di tie-breaker convenzionali. Sono strade tecniche, non automatiche, e la seconda va dichiarata.
2. Tre livelli di imposta, non uno
L'imposta federale sul reddito ha sette scaglioni, dal 10% al 37%. Per il 2026 la deduzione forfetaria è di 16.100 dollari per il contribuente singolo e 32.200 dollari per i coniugi che dichiarano congiuntamente. Sopra il federale si sommano:
- l'imposta statale sul reddito, che va da zero ad aliquote elevate — è il tema degli Stati senza imposta sul reddito;
- in alcuni casi un'imposta cittadina: New York City ne ha una propria, che si aggiunge a quella dello Stato di New York;
- i contributi di sicurezza sociale e Medicare, trattenuti in busta paga e dovuti per intero da chi lavora in proprio.
La dichiarazione congiunta dei coniugi è un istituto reale, non un formalismo come in Italia: per una coppia monoreddito riduce in modo significativo l'imposta, e la scelta fra congiunta e separata va fatta con il conto in mano.
3. La trappola vera: i fondi e gli ETF lasciati in Italia
Il fondo comune italiano o l'ETF europeo, in mano a un residente fiscale statunitense, è un PFIC. La disciplina delle passive foreign investment companies assoggetta questi strumenti a un regime deliberatamente punitivo: l'imposta è calcolata come se il rendimento fosse maturato pro rata negli anni, all'aliquota massima di ciascuno, con interessi, e senza il trattamento agevolato riservato alle plusvalenze di lungo periodo. Ogni partecipazione va inoltre dichiarata su un modulo separato, uno per fondo. Il risultato è che un portafoglio italiano perfettamente ragionevole diventa, con il trasferimento, uno degli investimenti fiscalmente peggiori possibili.
È la decisione più importante da prendere prima di acquistare lo status di residente, perché dopo le vie d'uscita sono peggiori: liquidare da residente significa in molti casi pagare proprio il regime che si voleva evitare. Va aggiunto il rovescio della medaglia: gli intermediari europei, per effetto della normativa sui prospetti, non vendono i propri fondi a chi risulta soggetto statunitense, e molte banche italiane chiudono o limitano i rapporti di chi comunica un indirizzo negli Stati Uniti. Chi si trasferisce si trova quindi stretto fra un portafoglio che non può tenere e strumenti che non può più comprare. Si veda anche lo scambio automatico di informazioni.
4. Dichiarare i beni lasciati in Italia
Sono due obblighi distinti, con soglie diverse, e in molti casi si applicano entrambi allo stesso patrimonio:
- FBAR — la segnalazione dei conti esteri, dovuta se il valore complessivo dei conti supera 10.000 dollari anche per un solo giorno dell'anno. La soglia è unica, non è indicizzata e non cambia con lo stato civile. Comprende conti correnti, depositi, conti titoli e i conti su cui si ha soltanto potere di firma.
- Modulo FATCA — dovuto sopra soglie più alte, che per chi risiede negli Stati Uniti partono da 50.000 dollari a fine anno (75.000 in corso d'anno) per il singolo, e 100.000 a fine anno (150.000 in corso d'anno) per i coniugi congiuntamente; per chi risiede all'estero le soglie salgono rispettivamente a 200.000/300.000 e 400.000/600.000 dollari.
L'immobile posseduto direttamente in Italia non rientra in nessuna delle due segnalazioni, ma i suoi redditi vanno dichiarati, e il conto su cui affluisce il canone sì. Chi resta anche residente italiano ha, in parallelo, gli obblighi del quadro RW: i due sistemi non si sostituiscono.
5. Uscire costa: l'imposta di espatrio
Chi è stato residente permanente per almeno otto dei quindici anni precedenti diventa long-term resident, e la rinuncia alla green card è trattata come l'abbandono della cittadinanza. Se il patrimonio netto raggiunge i 2 milioni di dollari, oppure l'imposta media dell'ultimo quinquennio supera 211.000 dollari per chi espatria nel 2026, oppure non si riesce a certificare la regolarità fiscale dell'ultimo quinquennio, si è covered expatriate: si è tassati come se si fosse venduto tutto il giorno prima, con un'esclusione di 910.000 dollari per il 2026. Il paradosso è che chi mantiene la green card «per sicurezza» dopo essere tornato in Italia sta costruendo proprio il presupposto — l'ottavo anno — che rende cara l'uscita.
6. Che cosa fare prima di partire
- Decidere la sorte del portafoglio italiano prima del primo giorno di residenza fiscale statunitense.
- Scegliere la data di arrivo con il conteggio dei giorni in mano: uno spostamento di poche settimane può cambiare l'anno di acquisto della residenza.
- Fare l'inventario dei conti italiani, compresi quelli dormienti e quelli su cui si ha solo delega: la soglia FBAR è aggregata.
- Verificare se lo Stato di destinazione tassa il reddito e, se sì, come tratta i redditi di fonte estera: molti Stati non riconoscono le convenzioni internazionali, che vincolano il livello federale e non necessariamente quello statale.
- Non chiedere la green card senza aver capito che cosa comporta uscirne.
Sul riparto della potestà impositiva fra i due Stati e sulla clausola che ne limita gli effetti si veda la convenzione fiscale Italia-Stati Uniti; sui contributi, previdenza Italia-Stati Uniti.
- Internal Revenue Code, § 7701(b), per il green card test, il substantial presence test e la closer connection exception.
- IRS, Rev. Proc. 2025-32, per gli importi indicizzati del 2026: deduzione forfetaria di 16.100 dollari (singolo) e 32.200 dollari (coniugi congiuntamente); soglia dell'imposta media di 211.000 dollari ed esclusione di 910.000 dollari ai fini dell'imposta di espatrio.
- Internal Revenue Code, §§ 1291-1298, per il regime delle passive foreign investment companies, e § 877A per l'imposta di espatrio del long-term resident (residenza permanente in almeno otto dei quindici anni precedenti; patrimonio netto di 2 milioni di dollari).
- 31 U.S.C. § 5314 e regolamento attuativo, per la segnalazione dei conti esteri (soglia aggregata di 10.000 dollari); Internal Revenue Code § 6038D, per la dichiarazione delle attività finanziarie estere e le relative soglie, invariate dal 2011.