Freelance con partita IVA che si trasferisce: le tre strade e i due errori fatali
È il profilo più numeroso fra chi legge questo sito e quello con il maggior numero di posizioni sbagliate in circolazione. Un professionista con partita IVA che si trasferisce ha davanti tre strade, ognuna coerente e difendibile. Gli errori fatali sono due, ed entrambi consistono nel tenere aperto in Italia qualcosa che avrebbe dovuto chiudere, o nel chiudere qualcosa che non poteva chiudere.
1. Prima strada: si resta fiscalmente residenti in Italia
- Si vive all'estero ma il centro degli interessi resta in Italia: si mantiene la partita IVA, si dichiara in Italia il reddito mondiale, si versano i contributi alla gestione italiana.
- È la posizione più semplice, la più difendibile e quella che quasi tutti i «nomadi» hanno di fatto, senza saperlo.
- Costa in imposte, non in rischio. Chi si sposta spesso e non ha una base stabile all'estero è, con ogni probabilità, già qui.
2. Seconda strada: si diventa residenti all'estero come professionista locale
- Si perde la residenza fiscale italiana secondo i quattro criteri dell'art. 2 del TUIR, si chiude la partita IVA italiana e ci si apre una posizione professionale nel Paese di destinazione, con i suoi obblighi fiscali e previdenziali.
- È la strada pulita, ed è quella che i regimi per impatriati europei — Spagna, Portogallo, Belgio, Grecia — premiano.
- Richiede di stare fermi: non è compatibile con lo spostamento continuo.
3. Terza strada: struttura societaria all'estero
- Si costituisce una società nel Paese di destinazione e si lavora attraverso quella.
- Regge solo se la società è effettivamente amministrata dove è costituita: l'art. 73 del TUIR, riscritto dal D.Lgs. 209/2023 con effetto dal 1° gennaio 2024, considera residenti in Italia le società con sede legale, sede di direzione effettiva o gestione ordinaria in via principale nel territorio dello Stato.
- Per un professionista che lavora da solo è la strada più costosa e più fragile: la sostanza è difficile da costruire quando l'attività coincide con la persona. Si veda l'imprenditore che apre una società all'estero.
4. Il primo errore fatale: tenere il forfettario da non residente
‼️ Il regime forfettario è precluso ai non residenti, salvo un'eccezione stretta. L'art. 1, comma 57, lettera b) della legge 23 dicembre 2014, n. 190 esclude dal regime i soggetti non residenti, ad eccezione di quelli residenti in uno Stato dell'Unione europea o dello Spazio economico europeo che assicuri un adeguato scambio di informazioni e che producano nel territorio italiano redditi pari ad almeno il 75% del reddito complessivamente prodotto. Ne discende che chi si trasferisce fuori dall'Unione perde il forfettario, e chi si trasferisce dentro l'Unione lo conserva solo se continua a fatturare quasi tutto in Italia — cioè l'opposto di quanto fa la maggior parte di chi si sposta. Continuare a fatturare in forfettario da non residente extra UE è la posizione più diffusa e più insostenibile che questo sito incontri.
5. Il secondo errore fatale: chiudere la partita IVA senza aver perso la residenza
È l'errore speculare, e produce un danno peggiore. Si chiude la posizione italiana e si comincia a fatturare da una posizione estera, ma il centro degli interessi resta in Italia: famiglia, casa, conti, clienti. In quel caso si è ancora fiscalmente residenti in Italia, e si sta producendo reddito senza dichiararlo — con una struttura estera che, per di più, può configurare una stabile organizzazione italiana. La chiusura della partita IVA non è un atto che sposta la residenza fiscale: è una conseguenza dello spostamento, non una sua causa.
6. Le voci che restano, comunque
- La previdenza. La gestione separata e le casse professionali hanno regole proprie sulla contribuzione dei non residenti, e nei Paesi senza convenzione con l'Italia i periodi non si totalizzano. Va verificato con la propria cassa prima di cambiare posizione.
- L'IVA. Le prestazioni verso clienti italiani ed europei seguono regole di territorialità che cambiano con la residenza del prestatore: è la parte che i commercialisti trovano per prima e i professionisti scoprono per ultima.
- L'iscrizione all'ordine, per le professioni regolamentate: si veda esercitare la professione fuori dall'Italia.
- Il monitoraggio fiscale, finché si è residenti: si veda il quadro RW.
7. L'ordine giusto delle operazioni
- Decidere se si perde davvero la residenza fiscale italiana, sulla base dei fatti e non delle intenzioni.
- Se sì: trasferirsi, iscriversi all'AIRE, costruire i fatti — casa, conti, presenza, clienti — e solo dopo chiudere la posizione italiana, con l'assistenza di un professionista nei due Paesi.
- Se no: restare in regola in Italia e smettere di cercare soluzioni che non esistono. Una posizione italiana pulita costa meno di un accertamento.
- Legge 23 dicembre 2014, n. 190, art. 1, comma 57, lettera b), che esclude dal regime forfettario i soggetti non residenti, salvo i residenti in Stati dell'Unione europea o dello Spazio economico europeo che assicurino un adeguato scambio di informazioni e che producano in Italia almeno il 75% del reddito complessivo.
- D.P.R. 917/1986 (TUIR), artt. 2 e 73, come modificati dal D.Lgs. 27 dicembre 2023, n. 209, con effetto dal 1° gennaio 2024.
- Per la contribuzione dei non residenti: gestione separata INPS e casse di previdenza professionali.